Il pittore di Notre-Dame

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Come faccio a riempirmi la vita, dopo averla buttata via? Solo con qualcosa di grande ci posso riuscire. E che cosa c’è di più grande di Dio e della bellezza? Per questo passo le mie giornate qui, di fronte a Notre-Dame, a dipingere la cattedrale, da quando Laura mi ha lasciato. Ho sempre saputo che era lei la donna della mia vita, l’amavo, certamente, ma non riuscivo a resistere al fascino delle donne che posavano per me, al brivido della conquista.

Dopo l’ennesimo tradimento Laura decise di lasciarmi. E io stesso mi lasciai andare, finendo per diventare un pittore di strada. Interrompo di dipingere solo per entrare a Notre-Dame tutte le volte che c’è la messa: lodare Dio, in quell’edificio meraviglioso, è una delle poche cose che mi danno serenità, che acquietano per breve tempo il rimorso.

Parigi sta rinascendo dopo la guerra, stanno tornando i turisti inglesi e americani. Stamattina nella piazza c’è una troupe cinematografica, stanno girando gli esterni di un film. Tutti sono attratti dal grande divo di Hollywood che dispensa sorrisi dopo aver girato la sua scena d’azione; solo io invece osservo la donna che scatta le foto. Prendo coraggio e le parlo.

Le dico che io ho dedicato la mia vita a cercare di immortalare la bellezza di questo luogo, e lei sta facendo lo stesso, io con il pennello, lei con la macchina fotografica. Con il suo delizioso accento americano mi dice che sta facendo le foto che compariranno sulla locandina del film. In pochi minuti gliene disegno una bozza, il titolo del film in alto, il volto del divo nella sua divisa da marine, e ovviamente la facciata di Notre-Dame, la vera protagonista dell’immagine e della mia vita.

Lei mi dice che è splendida, deve solo trovare uno scatto all’altezza del mio disegno, e mentre parla penso che anche lei è splendida, e che forse è giunto il momento che nella mia vita possa tornare dell’altra bellezza.

Si chiama Mary, ovviamente, come altro si potrebbe chiamare?

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Il testamento

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Alfred era un uomo pacifico. Nato in una famiglia borghese della Svezia, aveva studiato chimica, sperando che le sue scoperte avrebbero potuto procurare benessere all’umanità. La sua città traeva ricchezza dalle miniere di ferro: ricchezza, sì, ma anche pericolo e morte per i minatori che scavavano le gallerie a forza di cariche di nitroglicerina; la nitroglicerina è molto instabile, e bastava un minimo errore, un movimento brusco, uno sbalzo di temperatura o pressione per provocare un’esplosione prematura. I funerali di minatori, come i mendicanti che avevano perso un braccio o una gamba in un incidente, erano una vista a cui Alfred era abituato fin da bambino.

Quando inventò la dinamite, ricavata dalla nitroglicerina ma molto più stabile, era convinto che il suo nome sarebbe stato ricordato come quello di un saggio benefattore che aveva liberato dalla paura un settore industriale importantissimo, e salvato la vita a tanti lavoratori. Ma in breve i militari capirono l’importanza della sua invenzione per i loro scopi: la dinamite poteva essere usata per far crollare trincee, decimare intere compagnie di soldati, rovesciare le sorti di una guerra. E questa consapevolezza tormentava la coscienza dell’ormai anziano Alfred.

Il giorno dopo la morte di suo fratello Ludvig, Alfred, ancora sconvolto, aprì il giornale; un lungo articolo in prima pagina lo colpì:

“Ludvig Nobel, l’inventore della dinamite, l’uomo che è divenuto ricco inventando la maniera più facile e rapida di sterminare i propri simili, è finalmente ritornato fra le fiamme dell’inferno che ha portato su questa terra. Egli ha sconvolto la nobile arte della guerra, trasformandola in una cieca lotta di uomini inermi contro la distruzione provocata dalla sua apocalittica invenzione. Speriamo che le maledizioni di tutti i coraggiosi soldati uccisi dalla sua scellerata arma tormentino la sua anima per l’eternità.”

Alfred pianse: lui non aveva mai voluto questo. Che cosa poteva fare per redimere il suo nome?

Invitò nella sua villa in riviera un vecchio amico, il conte Andrea, e gli raccontò i suoi tormenti. “Vedi Alfred”, disse l’amico riempendo la sua pipa di tabacco, “tu ormai sei anziano, non puoi più fare molto per cambiare la tua reputazione da solo. Ma ricorda che nel mondo ci sono tanti uomini il cui ingegno può ancora fare il bene dell’umanità: ma spesso nessuno sa che esistono, o sono scarsamente finanziati. Basterebbe che avessero risorse adeguate, e poi fare conoscere i loro sforzi, dargli notorietà: e questo si potrebbe ottenere riunendoli e premiandoli tutti insieme, in una cerimonia di cui si parli in tutto il mondo”. “Insomma”, sorrise Alfred, “li vorresti collezionare, come fai con i tuoi gioielli ed i tuoi cimeli storici.” “In un certo senso sì”, disse Andrea, “collezionare grandi uomini.”

Alfred morì pochi mesi dopo. Dopo alcuni giorni il conte Andrea ricevette una lettera che l’amico gli aveva spedito poco prima di morire: conteneva un solo foglio con cinque numeri, la combinazione della sua cassaforte. Andrea tornò nella villa di Alfred e l’aprì: vi trovò il suo testamento.

“Destìno tutti i miei averi ad un fondo, ed ogni anno gli interessi del fondo saranno suddivisi in cinque parti, che saranno così destinate: alla persona le cui scoperte in medicina o fisiologia abbiano portato più beneficio all’umanità; all’uomo che abbia maggiormente accresciuto la conoscenza nel campo della fisica; a colui che abbia compiuto le più importanti scoperte o miglioramenti nel campo della chimica; a colui le cui opera letterarie abbiano più contribuito al progresso spirituale dell’umanità; ed infine alla persona o istituzione che si sia maggiormente prodigata per porre fine alla guerra, questo grande nemico della nostra razza, e ad alleviare le sofferenze che questa porta all’umanità.”

L’uomo che amava i barboni

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Io sapevo che sarei morto per strada. Ci sono molti modi di morire per un barbone, però di solito non sono quelli che la gente del Mondo di Sopra si immagina. Ad esempio, non ho mai visto un barbone morire di fame; noi impariamo presto la regola del tre: si può sopravvivere tre minuti senza respirare, tre ore al freddo senza riparo, tre giorni senza bere, tre settimane senza mangiare (e tre mesi senza lavarsi, aggiunge ironicamente qualcuno). Vi sembra impossibile, vero, poter resistere a tre settimane di digiuno, bevendo solo acqua dalle fontanelle? Eppure si può, ed in questo tempo lo si trova sempre un barista che ti regala un panino avanzato all’ora di chiusura, o una mensa di frati che ti passa una zuppa di verdura, o alla peggio un compagno di sventura che sacrifica una parte della sua razione per te, se ti vede proprio al limite, sapendo che magari quando ne avrà bisogno qualcun altro lo farà per lui.

Le tre ore ammazzano di più: in certe notti d’inverno le vecchie coperte logore ed i cartoni non bastano a proteggere dal freddo; ed ho visto molti che non si sono svegliati al mattino semplicemente per un’improvvisa gelata notturna, di cui non hanno nemmeno fatto in tempo ad accorgersi.

Ho vissuto per strada per quasi dieci anni. La mia è una storia molto comune, quasi banale: avevo perso il lavoro, mia moglie non ne aveva voluto sapere di rimanere sposata ad un disoccupato, e si era tenuta la casa. Alla fine impari a vivere giorno per giorno, avendo come unico obiettivo vedere sorgere il sole il giorno appresso. Bene o male ce la facevo, ed ormai ero un anziano, un membro rispettato della nostra comunità. Non mi facevo illusioni sul futuro. Non immaginavo, però, che ad uccidermi sarebbe stato qualcosa che non rientrava nella regola del tre: di coltellate, se date bene, ne basta una sola.

Alcune settimane fa pensai di avere trovato la mia fortuna: mentre chiedevo la carità mi si avvicinò un elegante signore di mezza età di nome Walter. Mi disse che da qualche tempo si era dedicato alla pittura, ed i suoi soggetti preferiti erano i barboni. Ogni giorno mi portava a casa sua, e mi faceva posare per ore, facendo contemporaneamente dei grandi discorsi politici su quanto desiderava che i suoi dipinti fossero uno strumento di denuncia del degrado sociale. A me di queste cose non importava nulla, m’importava solo del pasto e del bagno caldi che mi offriva (sempre dopo aver posato, perché, diceva “nel quadro apparisse tutta l’indigenza e la lordura della strada”).

Dopo qualche giorno mi sembrò che i suoi interessi nei miei confronti non si limitassero all’arte con connotazioni politiche: mi diceva che ero uno splendido modello, che nonostante la mia vita difficile avevo ancora una bella pelle ed un bel fisico, un aspetto rude e sincero: mi sembrava, insomma, che mi volesse portare a letto, e francamente (anche questa è una cosa che a chi vive nel Mondo di Sopra sembrerà impossibile) se questo dovevo fare per continuare ad avere il mio pasto ed il mio bagno quotidiani, non mi sembrava una prezzo inaccettabile.

Ma un giorno, mentre posavo, squillò il telefono nell’altra stanza. Walter andò a rispondere e si trattenne a lungo. Vidi un grosso libro con il suo nome a lettere dorate ed il titolo “I miei modelli”, che aveva già attirato la mia curiosità giorni prima: lo aprii; ogni capitolo consisteva di dettagliate descrizioni fisiche di uomini, barboni come me; ed alla fine di ciascuno uno foto dell’uomo: anzi, del cadavere accoltellato dell’uomo. L’ultimo capitolo aveva il mio nome e la mia descrizione; mancava solo la foto.

Sentendo un rumore dietro di me mi voltai di scatto. Walter brandiva un pennello da cui aveva tolto il manico, e ne spuntava la lama di un coltello. Vibrò il colpo. Non immaginavo che ad uccidermi sarebbe stata una coltellata; e forse non succederà. Ho deviato il coltello con un pugno, ho tirato un calcio sui testicoli di quel pazzo, ed ora che non sono più denutrito forse riuscirò ad essere abbastanza veloce.

Amore, morte e polvere

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Io l’amavo, sai. Si chiamava Chiara, aveva lunghi capelli biondi e occhi verdi. Sì, lo so che ti racconto sempre la stessa storia. Ti sto annoiando? Perché, hai di meglio da fare in questo posto che starmi ad ascoltare? Ascolta, allora.

Chiara era una dottoressa; la sua dolcezza, la sua bellezza, il modo in cui parlava ai suoi pazienti, tutto in lei era straordinario: sembrava che la sua sola presenza, più che le medicine che prescriveva, ti facessero stare meglio. Era così facile innamorarsi di lei; noi eravamo due anime destinate a stare insieme sin dall’eternità. Sì, lo so che era sposata, ma che importava? In breve tempo anche lei l’aveva capito, e ricambiava il mio sentimento.

Fui io a trovarla morta nel magazzino dei farmaci dell’ospedale; ho ripercorso quel giorno nella mia mente decine di volte. Ricordo che mi ero confidato con una suora riguardo al sentimento che provavo, e lei mi aveva rimproverato, mi aveva detto che non dovevo pensare a lei, che avevo già abbastanza problemi per conto mio. Ma che cosa ne poteva sapere lei del nostro amore? Anzi, forse era stata proprio lei ad uccidere Chiara, perché non potessimo stare insieme, lei con le sue manie sulla sacralità del matrimonio.

Ma purtroppo anche Chiara era scoraggiata, diceva che mi voleva bene ma era legata ad un’altra persona, e che era meglio per entrambi che non pensassi più a lei. Ma io la potevo liberare: sì, il nostro amore era più forte di tutto, della gente, del mondo, della vita, della morte.

Per qualche giorno non presi le pillole: le tritavo e nascondevo la polvere in una saliera; quando la saliera fu piena ne versai il contenuto nella bottiglia d’acqua che Chiara si portava sempre dietro. Così non sarebbe più stata sposata; così ci saremmo potuti ritrovare, un giorno. Quel giorno non è ancora arrivato, ma aspetto.

Del resto che ho da fare, qui da solo, oltre che aspettare? E guardare le nuvole passare nel pezzetto di cielo che si vede dal lucernaio? E mangiare i miseri pasti che mi passano due volte al giorno dalla feritoria sotto la porta? E raccontare la mia storia?

Ascolta, allora. Io l’amavo, sai. Si chiamava Chiara, aveva lunghi capelli biondi e occhi verdi.

Cronaca della crudele morte di Guglielmo, duca di Vallescura, e dei misteriosi avvenimenti relativi al successivo processo

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Il letto a baldacchino che mi aveva tante volte accolto era divenuto un lago di sangue. Il duca Guglielmo, il mio amante, vi giaceva sopra con la gola squarciata.

Lo conoscevo da quand’ero nata: in quest’epoca difficile il padrone delle terre in cui noi contadini viviamo e lavoriamo è re, giudice e Dio. Si era incapricciato di me quando ero poco più che una bambina; ricordo la prima notte che passai nel suo palazzo. Ero terrorizzata ma non avevo scelta: per me e la mia famiglia il favore dell’uomo più potente che avrei mai conosciuto era un onore, ed anche un modo concreto per sfamarsi nei frequenti anni di carestia. Alla fine si comportò in modo quasi sopportabile.

Col tempo il Duca si dimostrò generoso: anche se formalmente rimanevo una semplice contadina, offrì aiuto e protezione alla mia famiglia, e fece di me la sua favorita, una specie di amante ufficiale, spesso invitata a corte dov’ero onorata e trattata con riguardo, al punto di essere invidiata dalle mie compagne di infanzia, che a sedici anni erano già costrette a lavorare nei campi e a sposare uno zappatore brutale ed alcolizzato per non pesare sul bilancio familiare.

Ero invece odiata dalla duchessa Caterina, umiliata dal tradimento così sfacciato del marito. Io, nata in una casa di povera gente semplice, capii presto che la mia sopravvivenza dipendeva dalla capacità di districarmi fra gli intrighi di corte. Ed ora l’unico uomo che mi poteva garantire protezione stava davanti a me, ridotto ad un ammasso di carne morta.

Il Duca aveva un unico figlio, Goffredo, un ragazzo più giovane di me, iracondo e crudele fin quasi alla follia. Anche Goffredo aveva tentato di sedurmi, ma io l’avevo respinto, e solo la protezione di Guglielmo mi aveva salvato dalla sua vendetta. Ora il Duca era lui, e la madre era la reggente.

Con i miei due maggiori nemici a capo della corte il mio destino era segnato. Ci fu un processo farsa, in cui venni accusata di ogni nefandezza, di aver sedotto il Duca allontanandolo da una famiglia amorevole; fu prodotto un falso testamento, secondo cui Guglielmo mi lasciava una ricca rendita, e si disse che lo avevo ucciso per poterla incassare immediatamente. Fui condannata a morte.

La notte prima della mia esecuzione, nella mia cella venne a trovarmi Suor Anna, la sorella di Guglielmo, che pur essendo entrata in convento anni prima frequentava ancora la corte. Ordinò alle guardie di lasciarci sole, dicendo che era venuta a portarmi conforto spirituale. Solo dopo avere recitato l’intero rosario per due volte mi disse d’improvviso: “Teresa, io so che tu sei innocente. Ho saputo che Guglielmo è stato ucciso da Goffredo, al culmine di una lite in cui lo rimproverava dei suoi eccessi. La madre superiora del mio convento è parente di Caterina e mi ha proibito di rivelare la verità: sono legata al voto di obbedienza, ma posso almeno salvare te, l’unica persona fedele a mio fratello in questo nido di vipere.”

Suor Anna accese una torcia con un fiammifero, e mi condusse in un passaggio segreto, dicendomi: “Quando eravamo bambini qui c’erano le stalle, e io e Guglielmo venivamo spesso a giocare a nascondino”. Uscimmo all’aperto, e nel buio intravidi delle figure a cavallo: fui colta dal terrore che le guardie ci avessero scoperte, ma quando una nuvola si scostò la fioca luce della luna illuminò i volti dei miei genitori e di mio fratello. Abbracciai Suor Anna, la ringraziai e fuggii insieme alla mia famiglia, verso una nuova vita in cui forse avrei potuto permettermi di restare bambina un po’ più a lungo.

Tu non fossi mai nata

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Lena: sono passati anni ma non potrò dimenticarla mai, e il suo nome sarà sempre legato al rimorso per ciò che ho fatto. Ricordo la prima volta che la vidi come se fosse ieri: cercavo gli attori per mettere in scena l’Otello, io ero il regista ed interpretavo Iago; stavo scegliendo la mia Desdemona. Lena entrò nella sala come un raggio di sole: sentii subito che doveva essere mia.

Avevo già scelto il mio Otello, un attore di nome Luca: lui e Lena erano entrambi giovani, belli, pieni di talento; legarono subito, si piacquero subito. Io, tanto più vecchio e cinico, ero geloso del loro amore. Quel desiderio insopprimibile proiettava un’ombra scura e fredda sulla mia anima.

Come un vero Iago, ideai uno stratagemma per allontanarli: ebbi come complice Silvia, la curatrice delle musiche dello spettacolo. Era stata mia amante, era una donna piacente, e soprattutto aveva delle amicizie importanti. Spinsi Luca verso di lei, gli feci capire che una relazione con Silvia poteva essere molto utile per la sua carriera ancora agli inizi. Mentre la nostra tournée proseguiva, raccoglievo le confidenze di Lena, che era delusa dal vederlo così ambizioso, freddo, lontano dal giovane romantico ed idealista di cui si era innamorata.

Una sera con una scusa convinsi Lena ad entrare nella camera di Silvia: sorprendemmo a letto lei e Luca, mentre il grammofono nell’angolo suonava le musiche del nostro spettacolo. Luca e Silvia abbandonarono la compagnia la sera stessa.

Lena era affranta, ed approfittando della sua condizione di debolezza gettai la mia rete. Le feci un discorso insinuante e davvero squallido, dicendole che quello del teatro era un ambiente molto difficile, e che in fondo Luca aveva solamente capito che, per quanto talento un giovane attore abbia, per emergere occorrono soprattutto le giuste relazioni. Le dissi che io quelle relazioni le avevo, e che se si fosse data a me l’avrei resa grande, più grande di quanto avesse mai sognato. Ma non avevo capito che Lena non era bella solo di aspetto, era una donna orgogliosa e dai limpidi principi; rifiutò le mie offerte, e mi abbandonò schifata.

La mia compagnia era finita, la mia carriera di attore è finita. Maledico Lena, Luca, la mia stessa lussuria: passo le mie giornate solo, a bere e a girare per teatri e cinema, cercando di ricordare le mie glorie ormai passate e di dimenticare la vergogna.

Vedo una locandina cinematografica, e riconosco subito gli attori: sono Lena e Luca. Si guardano nel manifesto con quella passione che io potevo solo invidiare: sono ancora bellissimi, si sono riconciliati, sono tornati insieme, ed hanno avuto il successo che il loro talento merita. Sorrido: in fondo questo è un lieto fine anche per me.

Ah: il film che interpretano, ovviamente, non potrebbe essere altro che una nuova versione cinematografica di Romeo e Giulietta.

Primissimo piano

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“Ti amo,” dice Lisa. Sara la guarda in silenzio, a lungo: quella rivelazione, quelle due parole danno un senso nuovo alla loro vita, al loro legame, a tutto ciò che hanno affrontato assieme. Avrà il coraggio di abbandonarsi a quell’amore proibito, di gettarsi tutto alle spalle per ricominciare da capo con lei?

“E IO QUI CHE CAZZO CI METTO?” Sofia stava componendo la colonna sonora del film: lo sguardo di Sara dopo il “ti amo” di Lisa era l’ultima inquadratura, ben sei secondi, poi il nero e i titoli di coda. Anche sulla locandina campeggiava quello sguardo, simboleggiava l’intera storia. E Sofia si tormentava da settimane cercando la musica adatta a quei sei secondi. Per l’ultima scena aveva scritto un brano perfetto fino al “ti amo”, ma Laura, la regista, continuava a dirle che su quello sguardo voleva qualcos’altro: “Non so cosa, ma quando lo troverai lo saprò”. Sofia si accese una sigaretta e rifletté: perché il film finisce prima che Sara risponda? Perché la risposta, qualunque sia, fa parte della nuova vita; il film racconta la vita di prima, che quell’attesa e i pensieri che ci sono dentro completano e riempiono di significato.

Il giorno dopo Sofia e Laura siedono nella saletta di proiezione.

“Quindi hai trovato la musica per lo sguardo di Sara?”
“Penso proprio di sì.”

Inquadratura su Lisa che parla, musica, “ti amo”. Primissimo piano di Sara, sguardo.
Silenzio. La musica non si interrompe, ha una pausa naturale seppure lunghissima, per sei secondi c’è solo lo sguardo e l’attesa.
Nero, e la musica riprende sui titoli di coda.

“Che ne pensi?”
Laura ha gli occhi umidi: “È bellissimo.”
Prende la mano di Sofia, sorridono. “Ero certa che avresti trovato qualcosa di speciale per il nostro film.”
“Però io a decidere ci ho messo molto meno”.

Si baciano.

Il sirbone maltese

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Gavino, dammi un altro fil’e ferru, va’. Da quando mi hanno trasferito in questa bidda maledetta tu sei l’unico con cui riesco a scambiare due parole, almeno fino a quando non sono troppo ubriaco per parlare. Mi stanno tutti sulle palle questi biddunchi, e io sto sulle palle a tutti loro: siccome io sono sa giustizia mi trattano come un appestato, ‘sti beduini. 
 
Io pensavo che qui in un paesetto di campagna si stava tranquilli, e invece… Il vecchio avvocato Cossu, il più ricco del paese, si è fatto trovare sparato in campagna l’altra sera, pitticcu su dolor’e culu. Eh, facile dire che dei morti non si parla male: ma se quello spilorcio non lo poteva vedere nessuno neanche nella famiglia sua! Tutti balle mi stanno raccontando: la moglie Rosa mi ha detto che quella sera era a casa a vedere la telenovela; neanche sapeva che non l’avevano data perché c’era la partita della nazionale. Per me era andata a spassarsela dal farmacista amico suo. La figlia Daniela, tutta in lacrime a fare la sceneggiata, a dire che il padre era un santo, che lo adorava; e poi scopro che la sera prima l’avevano finita a voci, lei e il padre, perché lei si era impegnata i gioielli per pagare i debiti del fidanzato e lui non le voleva dare i soldi per riscattarli. Lo sapevano tutti in paese? Bravi, nessuno mi dice nulla, tutti con la bocca chiusa tranne che per mangiare. Cos’è che gli aveva detto? “Tanto non te li puoi portare nella tomba, i soldi”. Aspetta che scrivo, movente e minacce, a bellu puntu sesi, o figlia inconsolabile.
 
Là che arriva Mancuso, quel deficiente del mio appuntato. Oh Mancuso, mollalo lì il parapioggia, che stai bagnando dappertutto. Hai risolto il caso? Il colpevole ha confessato? Ma chi sarebbe? Farrugia, quel balordo col padre maltese? Cee… lo dico sempre io, questi africani che arrivano qui ad ammazzare la nostra brava gente. Certo che lo so che Malta è in Europa, era per vedere se stavi attento. Cosa aspetti, portalo dentro!
 
Allora signor Farrugia, quindi lei stava facendo una passeggiata in campagna l’altra sera, e ha sentito un rumore nei cespugli; ha pensato che fosse un cinghiale e gli ha sparato. Scusi, ma lei si porta il fucile da caccia grossa in giro a passeggio? A me questo mi sembra tanto bracconaggio, scrivi Mancuso, scrivi. E invece nei cespugli c’era l’avvocato Cossu. Ah, era andato là ad incontrarsi con quelle signorine nigeriane. Mancuso, la Nigeria almeno quella è in Africa? E allora vedi che ho ragione io? Quindi insomma, questo è omicidio colposo; no, non gliela danno l’attenuante dell’incidente di caccia se è bracconaggio. Qualche anno a Badu’e Carros non glielo toglie nessuno, caro signore mio.
 
Ohi ohi, proprio adesso doveva mancare la luce? Colpa del temporale, pure il tempo fa schifo in questo posto. Gavino, le candele dove sono? Svelto, per la miseria. Ma proprio in cantina le devi tenere, che prendono umido e non si accendono più. 
 
Bravo Mancuso, bella idea fare luce con l’iPhone, ogni tanto ne indovini una giusta. E Farrugia? Quel delinquente se n’è scappato! Ma porcu diaulu, per una volta che ero riuscito a scoprire un colpevole, mi davano la promozione e il trasferimento da questo sperrefundu maledetto. Ma cosa ho fatto io per meritarmi questo? Tocca Gavino, gettami un altro fil’e ferru, che questa vita solo da sbronzo la posso sopportare.

Il passato non muore mai

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La polizia aveva chiuso il caso in breve tempo: suicidio. Era la soluzione più ovvia: Angela aveva un tumore e non le rimaneva più di qualche mese di vita.

Ma Carla non ci aveva mai creduto: sua madre durante la malattia era divenuta una fervente cattolica, e non si sarebbe mai tolta la vita. La sofferenza era tenuta a bada dagli antidolorifici, e le due donne la consideravano una benedizione, perché era stata proprio la malattia a riunirle. Carla aveva passato la vita ad invidiare quella madre troppo fortunata, troppo ricca, troppo felice, e a buttarsi via in un’esistenza senza scopo e relazioni senza amore; finché Angela si era ammalata ed aveva avuto bisogno di lei. Allora le si era riavvicinata, e insieme, pure nella sofferenza, avevano passato i migliori anni del loro rapporto. E quando la madre era morta aveva giurato di scoprire il responsabile e vendicarsi. Da tempo ormai indagava sola e silenziosa su un caso che non interessava più nessuno.

Andò nuovamente a trovare Roberta, l’ispettrice che aveva seguito il caso. Dopo tutto quel tempo ormai si conoscevano bene.
“Carla,” le disse Roberta. “Mi dispiace, ma ormai il caso è chiuso, dovresti rassegnarti. Ho controllato il fascicolo mille volte, tutti gli indizi puntano verso il suicidio”. Le offrì una sigaretta ed un fiammifero. “Stai solo perdendo tempo e ti stai facendo del male.”
“Non so, forse hai ragione, oramai sto invecchiando dietro questa storia, dovrei pensare ad altro. Sto imparando a suonare la chitarra, sai? Mia madre era molto brava, da giovane suonava in una band, io non l’avevo mai voluta suonare proprio per distinguermi da lei. Vedo che ne hai una anche tu; sbaglio o è lo stesso modello che usava lei?”
“Sì, l’ho vista a casa vostra quando indagavo, mi piaceva come oggetto d’arredo e l’ho comprata uguale. Ma io non la so suonare.”

Notte. L’appartamento di Roberta è vuoto, lei è di turno al commissariato. La porta si apre, ed entra Carla: ha rubato il duplicato delle chiavi durante la sua visita di qualche ora prima. Osserva la chitarra: sa che non può essere stata acquistata dopo la morte di Angela, quel modello non lo producevano già più. La prende, la muove, sente che c’è qualcosa dentro; una lettera.

Roberta, mi dispiace ma non posso accoglierti. Sei stata un errore della mia gioventù turbolenta, e nella mia famiglia c’è già Carla che è una donna problematica. Abbiamo ricostruito un rapporto, e scoprire che ho un’altra figlia potrebbe distruggerlo. Ti darò dei soldi, quelli non mi mancano, e, visto che desideri un mio ricordo, una delle mie vecchie chitarre. Ma ti prego, non farti vedere mai più.

Angela

Ora Carla attende nel salotto di Roberta. Sa che il turno di notte sta per finire. In mano ha una pistola: il giorno della vendetta è finalmente arrivato.

La cornacchia

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Cagliari comincia appena a risvegliarsi dopo il lungo incubo dei bombardamenti. La guerra è finita, ha annunciato la radio: ma è cominciata un’altra guerra, quella per sopravvivere. Le campagne sono state abbandonate per paura, e qui in città non c’è nulla da mangiare.

Fuori dalla chiesa di Sant’Eulalia i preti distribuiscono misere razioni di pane. Sono in fila da più di due ore, non mangio nulla da tre giorni; i morsi della fame mi tormentano, è strano, dopo il primo giorno di digiuno si erano un po’ acquietati, ma si risvegliano ora, violenti, forse perché lo vedo finalmente, il pane, nelle mani di quelli che sono già stati serviti; una fetta sottile di pane scuro, che ora mi sembra tutta la ricchezza del mondo. Finalmente arriva il mio turno, un giovane frate dalla faccia stravolta dalla stanchezza e dall’orrore che vede intorno a sè mi allunga due fette di pane anziché una come a tutti gli altri, forse perché mi vede particolarmente debole, o perché la fila è quasi terminata. Mando giù il pane avidamente, in pochi secondi, la sofferenza si attenua. E mi assale il rimorso, forte più della fame di poco prima, quando vedo perché, perché mi ha dato due fette di pane: accanto a me c’è mio figlio, muto, ancora con la mano tesa ad implorare il pane che ho appena mangiato.

Che cosa posso trovare da mangiare per lui? Sono ancora sconvolto quando mi si avvicina un barbone che era con me in fila poco prima.

“Avete ancora fame?”
“Eh, lei che ne pensa?”
“Io ho un’idea: in un campo qui vicino, verso il porto, ci sono le cornacchie. Se riusciamo ad acchiapparne una ce la mangiamo.”
“E come facciamo ad acchiapparla?”

Il barbone prende da una carriola carica delle sue cianfrusaglie una gabbietta per uccelli:
“Qui ci tenevo il merlo di casa mia, quando ce l’avevo, una casa.”
“Sì”, ribatto. “Ma la cornacchia mica ci entra da sola. Però forse…”

Mi avvicino nuovamente al frate, che sta raccogliendo le ceste del pane ormai vuote, e che appena mi vede mi dice:
“Fratello, mi dispiace, non abbiamo più nulla.”
“Padre, lo so, non cerco altro pane. Ma mi dica, voi, nel magazzino, i topi ce li avete?”
“Ah, quelli certo non mancano, se Dio vuole”.
“E quindi avete le trappole?”

Mi faccio prestare una trappola per topi, e anche del sale dalla loro dispensa. Servirà da esca.

Io, il barbone e mio figlio ci nascondiamo dietro le macerie del muro che circonda il campo. Passeggia intorno alla gabbia, quella cugurra vestita di nero. Sembra che voglia entrare, poi si ferma. C’è quasi, ci zampetta intorno, dài, ti prego, entra, no, si volta e si allontana. Ho un’idea: faccio il verso della cornacchia. La cornacchia, rassicurata dalla voce familiare, entra nella gabbia, becchetta il sale, e la trappola scatta. Lascio a mio figlio la soddisfazione di tirarle il collo come ad una gallina.

La cuciniamo sopra un focherello, condita con lo stesso sale che ha fatto da esca; pochi grammi di carne da dividere in tre, abbastanza per tirare avanti un altro giorno. E per restituire a me la dignità di avere sfamato il mio bambino.

Il capitano Hans

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Rosa portò in tavola il pranzo della giornata per sè ed i suoi fratellini: un pentolino con uno stufato di verdure. Le aveva colte il giorno stesso, nell’orto fuori dalla loro misera casetta.

Dopo la guerra la vita era diventata ancora più difficile: il padre era morto nell’ultima disperata difesa contro gli invasori, e la madre di crepacuore poco dopo. Rosa non aveva avuto neanche il tempo di piangere, aveva accettato con coraggio la responsabilità di guidare la famiglia. Sopravvivere, un giorno dopo l’altro, in attesa di tempi migliori.

Sentì bussare alla porta; andò ad aprire e si trovò di fronte la divisa dell’esercito invasore.
“Puonciorno”, disse il giovane capitano, con quello spesso accento straniero a cui Rosa si stava suo malgrado abituando. “Per ortine del kofernatore militare della reghione, tofete fornire alloccio at un uffiziale della Forza di Occupazione”.
“Ah, pure questo?”, sbottò Rosa. “Dopo che vi siete presi tutto, dalla vita dei miei genitori a metà del raccolto? Beh, voi avete vinto la guerra, avete le armi e comandate. Deve venire questo ufficiale? Mandatelo, gli daremo il benvenuto!”
Rosa sbattè la porta. Di nuovo sentì bussare timidamente.
“Ancora? Che altro c’è”
“Mi zkusi, ma l’uffiziale sarei io”.

Hans, il giovane capitano, era un ragazzo semplice e gentile, veniva anche lui da una famiglia di contadini. In breve tempo il cuore di Rosa cominciò a battere più forte quando lo vedeva tornare la sera dai suoi pattugliamenti, alla luce delle lampadine dei lampioni. La frequentazione e la confidenza si trasformarono in amore. Per Rosa quell’unione significava una protezione in tempi difficili, ed una possibilità di riscatto dalla miseria; per Hans, una moglie bella e fiera, e l’esempio che la pace fra i due popoli era possibile.

Dopo alcuni mesi, un gruppo di musicisti girovaghi si stabilì in un campo presso la casa di Rosa.

Una sera Rosa attendeva Hans sotto il lampione, come sempre. Lo vide arrivare, affaticato ma sereno, e rispose al suo sorriso. Si accorse appena che il merlo si era lanciato contro la sua gabbietta, come presagendo quello che stava per succedere.

Avvenne tutto molto in fretta: si sentì uno sparo, un urlo, e Hans si accasciò a terra ferito. Il musicista girovago aveva estratto una pistola dalla custodia del suo violino.

“Rosa”, gli disse “quest’uomo è un tuo nemico. Scegli da che parte vuoi stare: con i patrioti che vogliono liberare il tuo Paese, o con gli assassini di tuo padre?”

Rosa guardò Hans: i suoi occhi dolenti la imploravano.

Cadere

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Flavia, figlia mia, perdonami!

Perdonami perché io lo sapevo. Non so come, non so perché, ma lo sapevo. Da quando Carlo venne a vivere con noi continuavo a fare sempre lo stesso sogno: un uomo ti portava via da me e ti abbandonava nel buio; tu mi chiamavi, chiedevi aiuto, ma la tua voce diventava sempre più flebile, sempre più flebile.

Mi ricordai del sogno quella sera terribile, quando lui mi disse che eri caduta in un pozzo vicino casa, ma non ne capii pienamente il senso. Piansi tutte le mie lacrime, ero troppo sconvolta per rendermi conto che quella sulla tua testa non era una ferita da caduta. Lui mi abbracciava, mi stava vicino: lasciai che mi consolasse.

Passarono mesi, non potevo dimenticarti, ma cercai di rifarmi una vita con lui. Finché una sera, mentre era in viaggio per lavoro, riordinando il suo studio trovai per caso un vecchio CD senza etichetta: c’erano le foto che ti aveva scattato a tua insaputa.

Sapevo che cosa dovevo fare perché tu mi perdonassi: quando tornò gli preparai una bella cenetta, e poi gli suonai la chitarra, come gli piaceva tanto, fino a che si addormentò. Nelle colline attorno a casa nostra ci sono i cinghiali, speravo che quando fosse stato ritrovato non ne sarebbe rimasto abbastanza da rintracciare il veleno; e mi sembrava una forma di giustizia poetica, che un animale finisse sbranato dai maiali.

Ma non avevo fatto i conti con il pubblico ministero, una giudice giovane, ambiziosa e intelligente. Mi interrogò, mostrò compassione per le due tragedie che mi avevano colpito a così breve distanza di tempo, prima mia figlia, poi il mio compagno. Le dissi che Carlo amava passeggiare all’alba nei boschi: l’erba bagnata, un piede in fallo, il burrone. All’inizio sembrava credermi, ma poi cominciò a sospettare. Avrebbe indagato, avrebbe capito. Ho fatto l’unica cosa che poteva salvarmi: le ho dato il CD. E’ un giudice, ma anche una donna e una madre.

Sono qui che aspetto: non so ancora cosa farà il giudice quando avrà visto le foto, ma in fondo m’importa poco. Inganno il tempo guardando vecchi film. La locandina di questo dice “La donna che visse due volte”: ma non è quello che voglio. Io di vita ne avevo una sola, Flavia, ed eri tu.

Quello che deve fare un padre

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Oh Antonio, ma hai letto sull’Unione cosa è successo in America? Gli uomini si sposano con gli uomini, le donne con le donne! Che schifo, a che punto siamo arrivati, peggio degli animali. Sì, lo dico perché mi è successo in famiglia: quando Luca mi ha detto che gli piacciono gli uomini io l’ho mandato via di casa e non gli ho più parlato.

Per un mese: perché certo, è mio figlio, cosa devo fare? Già lo so che è peccato, glielo dico pure, ma non fa peccato pure tuo nipote, che va con una donna diversa tutte le sere? E tu non te lo metti lo stesso a tavola a Natale e a Pasqua? Però gliel’ho detto; sei grande, fai quello che ti pare, ma io non lo voglio sapere, i tuoi amici non li voglio vedere. E così è stato.

Per due mesi: poi ci ha presentato quel Matteo, all’inizio diceva che era solo un collega, ma io avevo capito subito. E no che non ero contento. Però è un ragazzo così intelligente, così educato, così rispettoso, Bonaria lo adora. E certo, cosa credi che sono coglione, già lo so cosa fa quello con mio figlio dietro la porta chiusa, lo so e mi fa schifo! Ma fuori dalla porta vedessi come si vogliono bene, come è più bravo e tranquillo Luca, che è sempre stato un rompiscatole.

Già lo so che il prete non vuole. Ma il prete non li conosce, se li vedesse quanto sono contenti! E anch’io da giovane, con Bonaria, di cose che il prete non vuole già ne ho fatte…

Come dici? Andrà all’inferno? Non lo so. Dio farà quello che deve fare. Io farò quello che deve fare un padre: starò con mio figlio.

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Come forse sapete, Splinder chiuderà i battenti il 31 gennaio 2012. Tralascio i commenti. Il contenuto di questo blog è stato approssimativamente migrato su:

https://stupidapiccolavita.wordpress.com/

La forma di questo blog è attualmente molto approssimativa, forse col tempo riuscirò a sistemarlo un po', in ogni caso mi sarebbe davvero dispiaciuto perdere definitivamente sei anni e mezzo della mia stupida, piccola vita, per me e per rispetto per quelli a cui potrebbe ancora interessare ritrovare qualcosa che ho scritto.

Titoli di coda

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Titoli di coda

Bene, non mi sembra educato andare via senza nemmeno salutare. Prendo atto semplicemente che questo blog, per quello che è stato  in questi sei anni e mezzo, non può più andare avanti. Nella mia vita stanno succedendo molte cose, tante belle, alcune difficili, tutte importantissime e necessarie, e la conseguenza immediata è che Lester non esiste e non potrà esistere più.

Mi spiace: è un pezzo della mia vita che finisce, ma sto imparando che nulla è per sempre, e che bisogna saper lasciare andare le cose quando è passato il loro tempo, anche se le si è amate. Può darsi che un nuovo blog rinasca, e può darsi che si chiami allo stesso modo e si trovi alla stessa pagina: ma sarà, appunto, un nuovo blog, scritto da una nuova persona.

Intanto vi saluto con affetto, vi ringrazio per ciò che mi avete dato in tutti questi anni, e vi auguro ogni bene.

Serve a niente, ma bello

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Serve a niente, ma bello

Lo sapevate che su Facebook è attivo il Konami code?

Andate su Facebook, autenticatevi, e poi premete in sequenza:

Freccia in alto, freccia in alto, freccia in basso, freccia in basso, freccia a sinistra, freccia a destra, freccia a sinistra, freccia a destra, B, A, invio!

Poi cliccate sulla pagina o scrivete qualcosa, e scoprite cosa succede. Quando vi siete stufati dell’effetto psichedelico, fate clic su ‘Esci’.

Post sotto l’Albero 2009

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Post sotto l’Albero 2009

Sono orami sei anni che scrivo su questo blog. Uno dei miei primi ricordi importanti è l’invito che ricevetti da Squonk, blogghista enormemente più famoso di noto di me, a partecipare al primo Post sotto l’Albero. I riti delle feste sono uno degli elementi caratterizzanti di ogni comunità, e quell’invito fu il primo segno tangibile del fatto che, del tutto inaspettatamente, il blog mi stava facendo conoscere dei nuovi amici.

Da queste parti sono cambiate molte cose da allora, e la frequentazione del blog ne ha sofferto. Un po’ me ne dispiace, e vedremo in futuro come andrà. Ma mi sarebbe dispiaciuto perdere quest’appuntamento, un occasione per fare tanti auguri a degli amici che mi sono ancora molto cari anche se ultimamente ci sentiamo di meno.

Qui il Post sotto l’Albero di quest’anno. Tantissimi ringraziamenti, come sempre, a Sir Squonk.

Moti browniani

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Moti browniani

Il silenzio, qui, sta assumendo i connotati di un’interessante esperimento scientifico: l’osservazione di come oscillano gli accessi ad un blog su cui non scrive più nessuno. In questo periodo la media degli accessi è scesa da 55 a circa 20, evabè: ma la cosa curiosa è come qualche volta, senza nessun motivo, ci siano dei picchi.

Il 20 novembre ad esempio ci sono stati 81 accessi: nessun motivo apparente di cosa l’abbia provocato. Blogbabel non dà nessun segno di qualcuno che mi abbia linkato; non c’è traffico proveniente da nessun referrer particolare. Un solo, criptico segno: un aumento del 200% di accessi con chiave di ricerca "pasticcini".

Il declino della civiltà

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Il declino della civiltà

Stamattina, all’ufficio postale. C’è una signora quarantenne, apparentemente innocua, dall’aspetto posato, forse una madre di famiglia. Ma basta un attimo, un piccolo episodio insignificante, perché questo personaggio riveli gli abissi più profondi della sua anima e getti nello sconforto più totale tutti i presenti: basta che le squilli il cellulare.

Ha la suoneria del gattino Virgola.

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Che cosa ascolto adesso mentre aiuto Eva a pulire il bunker?

Se avete visto La caduta, lo splendido film sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker, ricorderete la scena dello scoppio d’ira di Hitler quando scopre che l’esercito sovietico sta attaccando Berlino e la guerra è ormai perduta, interpretata in modo magnificamente esagerato da Bruno Ganz. E se non ve la ricordate ve la metto qui, in originale con i sottotitoli in inglese.

Il giochino del momento su YouTube è costruire delle parodie su questo filmato, aggiungendo sottotitoli che descrivono la rabbia del Fuhrer di fronte agli eventi più vari: lo scioglimento degli Oasis, la vittoria di Usain Bolt ai Mondiali di Berlino, il fatto stesso di essere preso per der Arsch in tutte queste parodie.

Le piccole cose che mi fanno incazzare

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Le piccole cose che mi fanno incazzare

Forse definirlo monumento è un’esagerazione, ma una delle cose più carine nel mio paesello sono le Mura Pisane: nel Trecento le costruirono in fretta e furia i Pisani per tentare (senza successo) di contrastare l’assedio degli Spagnoli, e oggi sono uno dei simboli delle origini medioevali della città. Sono dei pezzi di muro merlati abbastanza caratteristici, anche se quello che se ne vede sono soprattutto ricostruzioni dell’Ottocento; eppoi li conosco fin da quando ero bambino, e ci sono anche affezionato.

Da qualche anno le amministrazioni comunali cercano di rinverdire e valorizzare le tradizioni medioevali del paesello, soprattutto per farne attrazione turistica; e quindi ci si è dati il corteo storico medioevale, e il torneo di tiro con la balestra, e altre cosette del genere. E quest’anno si è deciso di valorizzare proprio le Mura Pisane; la strada che le fiancheggia è stata dedicata ad uno storico pisano; il Comune ha pubblicato un opuscolo (scritto da una mia cugina) sulla storia delle Mura; le Mura stesse sono state inserite in un percorso pedonale grazioso e ben illuminato, con anche un ascensore con il quale salire dalla piazzetta vicina; e il tutto è stato inaugurato con una cerimonia formale a cui è stato presente pure il presidente del Consiglio Comunale di Pisa.

Di tutto ciò sento parlare, perché avviene in un periodo in cui sono altrove. Allora una sera decido di farla pure io, la passeggiata lungo le mura. E’ vero: il percorso è diventato una bella passeggiata, fiancheggiata da degli ulivi, c’è una bella illuminazione suggestiva ed ha tutte le potenzialità per diventare una delle attrazioni della zona.

Solo che non c’è nessuno: pochi giorni dopo l’inaugurazione in pompa magna la zona è completamente deserta, anche perché pur essendo in prossimità del centro non c’è un bar, un chioschetto, un localino qualunque che possa fare da punto di aggregazione; anche l’ascensore non funziona. QUeste sono le cose che mi fanno più rabbia del mio paesello: le inaugurazioni a cui non segue nulla, le occasioni perse, le iniziative che passato il primo entusiasmo finiscono in niente. Visto che ora siamo alla fine dell’estate, per vedere un po’di gente alle Mura Pisane bisognerà aspettare l’anno prossimo.

Saluti dalla Terrasanta

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Saluti dalla Terrasanta

  • Dalle nostre parti l’equivalenza arabo=musulmano scatta automatica nella mente di quasi tutti. Invece, forse per il tipo di viaggio che ho fatto io (un pellegrinaggio religioso guidato da frati francescani principalmente mirato ai santuari cattolici) vediamo città arabe come Nazareth e Betlemme con alte percentuali di cristiani, soprattutto di rito greco ortodosso; gli arabi cristiani hanno abitudini più moderne dei musulmani (ad esempio gli abiti delle donne sono pressoché occidentali), e come tutti da queste parti si identificano molto fortemente con la loro religione: un simpatico ragazzo che conosciamo in un pub di Nazareth ci mostra con orgoglio il Sacro Cuore di Gesù tatuato su un bicipite. La nostra guida, un frate francescano di Gerusalemme Est di madre cattolica e padre ortodosso che studia teologia a Roma, ci spiega una cosa che già sapevo ma che ad alcuni miei compagni di viaggio risulta nuova: gli arabi cristiani chiamano Dio Allah, esattamente la stessa parola che usano i musulmani.
  • Il nostro albergo si trova vicino ad una moschea: gli altoparlanti diffondono il richiamo alla preghiera cinque volte al giorno. E’ un canto molto suggestivo, ma il primo di questi richiami è all’alba, ossia alle 4.30, quando uno preferirebbe dormire. L’ultimo giorno comunque tiro fuori la digitale e lo registro. Venerdì pomeriggio, mentre riposiamo dopo pranzo sentiamo la predica: ovviamente nessuno capisce il senso, ma il tono sembra a tutti piuttosto bellicoso; ed infatti, quando chiediamo alla nostra guida di che cosa parlava, questo si mantiene piuttosto evasivo.
  • A Gerico ci tocca pagare una tassa: la visita ad un negozio di souvenir, sembra di proprietà del cugino dell’autista. La guida quasi si scusa, ma ci spiega che da queste parti compromessi del genere sono quasi indispensabili per mantenere buoni rapporti. Ovviamente non siamo obbligati a scendere, se non fosse che l’autista spegne l’aria condizionata nel pullman, sono le tre del pomeriggio e sembra che la temperatura esterna sia sui 46 gradi. Comunque una cosetta la compro, anche se le mie capcità di contrattazione non sono al livello professionale che servirebbe qui.
  • C’è un curioso contrasto fra la tradizione millenaria dei luoghi e gli edifici piuttosto moderni che vi sono stati costruiti. Questo è dovuto alle guerre e ai relativi passaggi di mano dei luoghi sacri, dopo i quali il nuovo padrone spesso distruggeva gli edifici pre-esistenti. Molti dei santuari cattolici sono stati costruiti solo nel Ventesimo Secolo, dal buon architetto lombardo Antonio Barluzzi. Gli edifici più antichi, la Basilica del Santo Sepolcro e quella della Natività, sono sottoposti ad una complicata gestione condominiale fra le varie confessioni cristiane regolata dallo Statu Quo, un "regolamento di condominio" datato 1852. E come in tutti i condomini le liti scoppiano spesso e volentieri: nel 1993 a Betlemme si è arrivati alla rissa a colpi di scopa fra monaci greci e armeni.
  • Molti dei luoghi sacri sono nicchie, antri, grotte: ambienti stretti, bui, uterini, che sembrano fuori dal mondo. A Betlemme celebriamo la Messa nella Grotta della Natività ed è un affare quasi tetro, anche perché i bizantinismi dello Statu Quo ci vietano di cantare. Alla fine usciamo di fretta perché è il turno degli Armeni, e passiamo nella Chiesa di Santa Caterina: in questo ambiente luminoso e gioioso, dove è Natale tutti i giorni, cantiamo Tu scendi dalle stelle il 3 agosto, e ripenso a tutti i Natali della mia vita, e mi commuovo.
  • Il Mar Morto spunta come un’allucinazione nell’ambiente lunare del deserto di Giuda: da lontano sembra un normale lago, anche di un bell’azzurro. Ma i cartelli sulle rive di Kalia Beach raccomandano di non immergere la testa ed evitare il contatto dell’acqua con gli occhi e la bocca. Entro e l’acqua è caldissima e densa, come l’acqua della pasta dopo la cottura: non ci sprofondo, mi sostiene in un modo difficile da descrivere. Riesco a stare sdraiato e sollevare una gamba, senza affondare; mi finisce in bocca una goccia d’acqua, ed è amara più che salata. Sulla spiaggia ci sono i famosi fanghi del Mar Morto, e ce lo strofiniamo addosso: il piacere estetico dello scrub si unisce a quello infantile di giocare col fango. Alla fine effettivamente mi sento la pelle liscissima, quasi oleosa.
  • La prima sera a Gerusalemme andiamo a Mamila, un centro commerciale all’aperto poco fuori la città vecchia: è il primo luogo di aspetto decisamente occidentale che vediamo, con gelaterie, bar, negozi di abbigliamento e profumerie con famosi marchi occidentali. Ma anche qui alcuni dettagli ci indicano che non siamo in un Paese come tanti altri: i metal detector all’ingresso, ad esempio, e i soldati che anche fuori servizio circolano in divisa e armati. Un gruppo di ragazzine che si stenta a credere arrivino a diciotto anni si trascinano dietro dei mitra grandi la metà di loro.
  • Visitiamo il Muro del Pianto di notte. Gli Haredi, con barba, riccioli, giacca e cappellone, sono un’onda nera che oscilla violentemente sul busto salmodiando. Con la mia kippa nuova da 2 euro mi avvicino al muro, prego senza farmi il segno della croce e infilo negli interstizi della pietre il mio foglietto (e mi faccio fotografare). Al mio fianco un giovane, col viso poggiato sulle pietre, singhiozza disperato. Fiancheggiamo di nuovo il muro la mattina dopo, salendo alla Spianata delle Moschee, e la vista è più allegra: il colore dominante è il bianco dei tallit, e sentiamo i canti di un allegro Bar Mitzvah.
  • Lo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto, è da visitare tutto con grande attenzione, ma la cosa che più mi colpisce è il Monumento Commemorativo ai Bambini: una sala completamente buia, illuminata da un’unica candela che si riflette centinaia di volte in un sistema di specchi; una voce legge lentamente nomi, età e nazionalità di bambini e adoloscenti uccisi. Sembra di essere nello spazio intergalattico